giovedì 26 settembre 2013

NEUROPOESIA 1 - CHI? -


 CHI?
Potrà mai riconoscere
nel nodo gordiano
dei miei neuroni,
gli infiniti cunicoli bui
e le infinite stanze,
al di là
delle infinite porte
che si aprono alla luce
delle immense pianure,
e monti,
e valli,
e spiagge lucenti
che appaiono dietro
le rocce pungenti
dei miei ricordi?

CHI?
Potrà mai riconoscere
nella danza ionica
delle mie sinapsi,
il ricordo dello schiocco
del ramo spezzato
sotto il tappeto di foglie
croccanti al mio passo?

CHI?
Potrà mai riconoscermi,
se non tu,
nuova corteccia,
cresciuta
sul tronco encefalico
della mia vita?

Francesco Pelillo - 2013

domenica 19 maggio 2013

ASSETTI NEURONALI E PSICHE

Dati i 100 miliardi di neuroni che possediamo alla nascita, e data la loro successiva connessione sinaptica dovuta agli stimoli sensoriali provenienti dall'esperienza esistenziale, ne risulta la formazione di percorsi neuronali che via via, in risposta alle esigenze di sopravvivenza fisica e psichica dell'individuo, finiscono per formare molteplici "Assetti Neuronali" locali che tentano di rispondere ad ognuna di esse.
Queste esigenze, pur essendo di varia natura, sono riconducibili a due sole categorie: esigenze contingenti, che emergono in risposta all'ambiente, e esigenze consolidate, che rispondono alle necessità individuali. Poiché, in vista del raggiungimento dell'equilibrio psico-fisico individuale, la soluzione dei problemi posti da questo dualismo può avvenire nell'unica sede del nostro cervello, ci troviamo di fronte alla necessità di utilizzare sia i suoi assetti neuronali già esistenti (la mente si adegua alla topologia neuronale), e sia di crearne di nuovi (la topologia neuronale si adegua alla mente). Da tutto questo ne deriva la necessità dell'attività incessante che accompagna tutta la nostra esistenza e che, in vista della definizione unitaria della nostra individualità, comporta la continua ricerca di una sintesi nell'oscillazione tra stati che percepiamo come di soddisfazione e di insoddisfazione, ma che sono dovuti al maggiore o minore dispendio energetico necessario al continuo mantenimento dell'equilibrio biochimico cerebrale. In questo quadro, è chiaro che per le proposizioni "soddisfacenti" la tendenza prevalente del sistema sia quella di resistere alla modifica degli assetti neuronali consolidati esistenti, poiché crearne di nuovi implica la distruzione o il ri-orientamento dei collegamenti sinaptici che le rappresentano. Cosa che, a causa del dispendio energetico necessario, viviamo come insoddisfazione. Ma, come si sa, noi siamo un sistema aperto in continuo rapporto psico-fisico con l'ambiente naturale e sociale, e questo comporta la continua acquisizione di dati provenienti dai sistemi che ci circondano. Accade così che alcune proposizioni acquisite, via via si rivelino insoddisfacenti rispetto a nuove situazioni, e che quindi, da un punto di vista biochimico, sia meno dispendioso modificare i percorsi neuronali in cui vengono rappresentate, piuttosto che alimentare la difesa della loro topologia. Ecco così spiegate sia le nostre resistenze che la nostre disponibilità a cambiare opinioni e comportamenti. Prova ne siano le diatribe culturali e scientifiche, che lasciano intatti negli interlocutori quegli assetti che, se modificati sostanzialmente, rimetterebbero in discussione il loro equilibrio generale consolidato nel tempo, fatta salva pero, la disponibilità ad accettare quelle proposizioni dell'altro, che sono portatrici di risposte potenzialmente valide a domande che nei rispettivi assetti neuronali consolidati sono rimaste inevase lasciando situazioni di squilibrio energetico a livello biochimico.
Per chiudere, è bene precisare che quanto anzidetto non toglie nulla alla validità delle antiche intuizioni sui comportamenti umani e all'efficacia delle analisi psicologiche. La ricerca scientifica ci sta solo svelando il loro processi attuativi.
Francesco Pelillo

domenica 10 febbraio 2013

ALL'ORIGINE DELLA SPIRITUALITÀ PER UN ETICA CONSAPEVOLE


"Chiamate, vi prego, il mondo "la valle del fare anima".
Allora scoprirete a che serve il mondo…"
(J. Keats)

L'attuale crisi umana e ambientale che coinvolge l'intero nostro pianeta è sotto gli occhi di tutti anche grazie al fatto che viene analizzata in tutti i suoi aspetti e addebitata a innumerevoli fattori da vari scienziati e umanisti sparsi per il mondo. Naturalmente, le proposte che emergono per la soluzione dei problemi risentono della molteplicità dei punti vista e degli interessi che entrano in gioco determinando, di fatto, la difficoltà di individuare in modo univoco le ragioni che hanno portato all'attuale situazione.
Per cercare di diradare queste difficoltà penso che occorra individuare un nuovo paradigma che veda finalmente l'uomo prendere coscienza dell'interdipendenza di tutti i "fatti" del mondo, così da consentirgli di ridefinire il proprio ruolo e le proprie aspettative con la consapevolezza delle conseguenze globali delle sue scelte.
Dato lo scempio dei valori umani e del pianeta cui stiamo assistendo (e partecipando!), si tratta di affrontare un vero e proprio lavoro di ricostruzione che giustamente, come indica il titolo di questo convegno, dovrebbe partire dalla spiritualità individuale per definire l'etica sociale che dovrebbe ispirare la politica globale.
Ma poiché il problema è antico e, nonostante l'impegno millenario delle menti migliori nella ricerca delle soluzioni, le ingiustizie e le incongruenze che accompagnano la storia dell'umanità fin dal suo inizio caratterizzano ancora la condizione umana, siamo costretti a esplorare le cause del nostro fallimento partendo dall'analisi del metodo che abbiamo utilizzato fin qui. 
La prima evidenza è che la presunzione della natura dualistica del nostro "essere" individuale, che ci vede portatori di inderogabili esigenze sia spirituali che materiali, ha caratterizzato ogni ricerca utile per la nostra evoluzione individuale e sociale.
È vero che questo dualismo ha avuto e ha diverse declinazioni a seconda delle culture e dei tempi che si vogliano prendere in esame, ma volendo fare un bilancio onesto dei risultati, nessuno può affermare che il prevalere dello spiritualismo o del materialismo abbiano portato a condizioni di vita migliori in questo o quel luogo del pianeta. I morti di fame sulle strade di Bombay e il degrado ambientale e morale delle nostre periferie stanno a dimostrare come questo dualismo sia sfociato in una dicotomia che, grazie alla "globalizzazione" delle conoscenze — e quindi delle coscienze — sta rivelando tutta la sua incompatibilità e inadeguatezza per il perseguimento dell'obiettivo di una reale evoluzione complessiva dell'umanità.
Partendo da questi presupposti, non ci resta che percorrere la strada del superamento di questa dicotomia, e per farlo, poiché a nulla sono servite le sole intuizioni dei grandi umanisti che, come tali, si sono prestate alle più aberranti manipolazioni da parte delle strutture di potere, non possiamo che appellarci alla conoscenza scientifica per cercare di oggettivarle e recuperare così una visione unitaria della natura umana e di tutta la realtà.
A me pare che oggi, questo "matrimonio" tra spiritualità e materialità sia reso possibile dallo stato dell'arte nei più svariati campi di indagine: dalla Biologia alla Fisica Quantistica, dall'Evoluzionismo alle Neuroscienze, dall'Astrofisica alla Cosmologia... tutto sembra indicarci un solo percorso evolutivo "filogenetico" universale che, per quanto ne sappiamo, a partire dal cosiddetto Big Bang e dalla successiva nucleosintesi, e passando dalla formazione di atomi, molecole, cellule, organismi… ha trovato nella mente dell'uomo la massima espressione della complessità organizzativa delle forme di energia costitutive dell'universo.
Con l'approdo al Principio di Indeterminazione e alla scoperta dell'Entanglement fra le particelle ondulatorie del livello quantistico di tutta la realtà, sembra esaurita la discesa agli inferi del riduzionismo meccanicista iniziata quattro secoli fa con la separazione dei "fatti" dello spirito da quelli della materia. Quindi, ora possiamo tentare la risalita verso l'uomo e la sua mente con un approccio inverso, che io chiamo "ampliamentista", che partendo dall’abolizione dei concetti di spirito e di materia per come li abbiamo fin qui intesi – dovuta ai dati che ci provengono dalle Neuroscienze e dalla Fisica Quantistica – non può che farci approdare all'unico concetto di "Spiriteria", il solo che possa consentirci di procedere oltre nell'allestimento di un nuovo paradigma.
Infatti, se trasferiamo i dati statistici acquisiti sperimentalmente a scala microscopica — che vedono il "motore" del divenire di tutti gli stati della realtà nella ricerca dell'equilibrio energetico fra ogni stato locale e lo stato successivo che lo contiene — ai livelli superiori della complessità aggregativa degli stati che seguono, fino all'emergere della mente umana, possiamo individuare nell'etica "naturale" che ne governa i processi attuativi il modello per la definizione di una nuova etica sociale universale che non consenta più l'allestimento di etiche contingenti che inevitabilmente si traducono in sopraffazioni giustificate "eticamente" dagli uni e subite dagli altri. In più, tutto questo coinciderebbe anche con la necessità di attribuire il massimo valore estetico all'etica, poiché, nessun prodotto fisico o psichico derivante dal perseguimento dell'equilibrio tra le parti che lo determinano può essere "brutto" e quindi, "ingiusto".
In questo nuovo quadro, se abbandoniamo definitivamente la miope pretesa antropocentrica di applicare le nostre categorie al mondo, e proviamo a partire dalle leggi che regolano i suoi processi attuativi per procedere verso l'uomo, e se quando usiamo parole come, responsabilità, moralità, razionalità, coscienza, valori… cominciamo a chiederci a quali reali esigenze "attuative" individuali corrispondono già a partire dal livello quantistico che vi sottende, forse scopriremo che l'accettazione della naturale "competizione" costruttiva che deriva dalla Ricerca Dell’Equilibrio (RDE) è la premessa indispensabile per smascherare l'insensatezza della "contrapposizione" che non può che sfociare nella "sopraffazione" distruttiva che ancora regola i nostri rapporti con l'ambiente e con tutti gli altri esseri viventi.
Un'ultima cosa che però ritengo indispensabile per poter delineare la nuova etica universale che auspico, è anche la necessità di superare il concetto di spiritualità, sia come dono fatto all'uomo da un qualche dio, che come già posseduta dall'intero universo. Questo perché le due visioni, negando la possibilità che sia il nostro stesso stato biologico a "costruire" la nostra spiritualità, ci impediscono quella visione olistico-sistemica della realtà che è la sola che, rendendoci partecipi della costruzione di quella universale, possa responsabilizzarci "eticamente" nei confronti dell'intero sistema.

Per la costruzione della spiritualità in questo universo, i lavori sono in corso, e noi possiamo dare una mano…


Francesco Pelillo

martedì 25 dicembre 2012

PER UNA ETICA "NATURALE"

Con l'approdo al probabilismo bloccato dall'entanglement fra le particelle del livello quantistico della realtà, sembra esaurita la discesa agli inferi del riduzionismo iniziata più di quattro secoli fa con la separazione dei fatti dello spirito da quelli della materia. Ora potremmo tentare la risalita verso l'uomo e la sua mente con un approccio inverso che io chiamo "ampliamentista", che non può che portare alla riunificazione. Se trasferiamo i dati oggettivi acquisiti sperimentalmente — che vedono il "motore" del divenire nella Ricerca Dell'Equilibrio energetico fra ogni stato locale e lo stato successivo che lo contiene — ai livelli superiori della complessità aggregativa degli stati che seguono fino all'emergere della mente umana, potremmo individuare nell'etica "naturale" che ne deriva, il modello per la definizione di una nuova etica universale non più disegnata da visioni metafisiche manipolabili a seconda degli interessi dominanti. Questo coinciderebbe anche con la necessità di attribuire il massimo valore estetico all'etica, poiché, nessun prodotto derivante dal raggiungimento dell'equilibrio tra i suoi componenti può essere "brutto" e quindi, "ingiusto".

OLISMO E COMPLESSITÀ SISTEMICA

La visione olistica nasce dalla constatazione che le proprietà di un dato sistema non dipendono semplicemente dalla somma delle prestazioni delle parti che lo compongono, ma principalmente dalle loro interrelazioni che, di fatto, determinano l'emergere di nuove e più complesse funzionalità. In questa luce riacquistano particolare rilevanza e attualità le intuizioni di Buddha sull'interdipendenza e impermanenza di tutti i "fatti" della realtà, e quelle di Eraclito sul loro divenire e di Parmenide sul loro essere. Infatti, poiché queste grandi intuizioni del passato trovano la loro conferma nei più avanzati esperimenti scientifici, si pone il problema del loro utilizzo in una dimensione culturale e di conoscenze che non poteva essere nemmeno lontanamente immaginata ai tempi della loro formulazione. Oggi, la mole dei dati in nostro possesso è tale che, se vogliamo andare oltre la visione olistica contemplativa ancora presente nella cultura asiatica, e vogliamo superare l'asfittica visione meccanicista della cultura occidentale — che grazie alla "globalizzazione" delle coscienze stanno dimostrando tutta la loro incompatibilità e inadeguatezza —, siamo costretti a utilizzare l'approccio sistemico per tentare di sbrogliare, e quindi di comprendere, l'enorme complessità delle infinite relazioni esistenti tra i vari stati della realtà che siamo in grado di indagare, sia in campo umanistico che scientifico. Infatti, abbiamo già numerosi esempi dell'efficacia dell'approccio sistemico alla complessità. In campo medico e psichiatrico, in campo ecologico e ambientale, come nell'antropologia, sociologia, economia... ci sono contaminazioni disciplinari impensabili solo un decennio fa che danno risultati stupefacenti. Ma ora, per procedere oltre anche in campo spirituale, si tratta di estendere questo approccio alle indagini sulla mente accettando i dati delle neuroscienze che ci parlano sia dei meccanismi biochimici che sono alla base della "produzione" delle nostre emozioni e dei nostri pensieri, e sia dell'influenza dei nostri pensieri sullo stato biochimico cerebrale. So che questa prospettiva non è condivisa da tutti, ma ritengo che anche in questo ambito la visone olistico-sistemica, che vede l'interazione di molteplici fattori fino ad ora ritenuti disparati — addirittura ci sono prove dell'influenza della flora batterica intestinale sui nostri stati d'animo e viceversa —, possa portare alla definizione della reale natura dei nostri pensieri riconoscendo nei loro processi attuativi l'interdipendenza con l'energia dell'universo. Dandoci così la possibilità di fondare una nuova meta-fisica consapevole. A conclusione di questo quadro positivo però, ritengo utile evidenziare il rischio di considerare la visone olistico-sistemica come una nuova disciplina. Essa è solo un nuovo potente strumento di indagine della realtà. Il mondo là fuori, "è" olistico-sistemico, e noi dobbiamo solo sintonizzarci con il suo divenire per comprenderlo, e non tentare ancora una volta di imbrigliarlo in un nuovo schema. Francesco Pelillo

lunedì 27 agosto 2012

L'ENTANGLEMENT PER UNA NUOVA META-FISICA

Se accettiamo i dati delle neuroscienze che ci consentono di ricondurre i moti della mente umana alle strutture cerebrali che li generano a partire dal livello biologico delle cellule neuronali, e procediamo a ritroso nelle indagini sulla loro genesi passando dal livello molecolare a quello atomico, non possiamo che approdare al loro livello quantistico. Qui troviamo fenomeni come l'Entanglement che vede le interazioni tra alcune particelle elementari attuarsi in contrasto con le leggi che regolano il cosiddetto mondo fisico, e trovare invece rispondenza nei principi di non località e atemporalità che ci sembrano caratterizzare il cosiddetto mondo spirituale. Infatti, accade che inducendo una modificazione nello stato quantistico (spin) di una particella, avviene una modificazione di stato in quella ad essa associata, dovunque essa si trovi. L'Entanglement venne ipotizzato per la prima volta nel 1926 da Erwin Schrödinger. Oggi, gli esperimenti di Jian-Wei Pan in Cina e di Anton Zeilinger alle Canarie hanno confermato la validità della teoria, trasferendo lo stato quantistico di fotoni rispettivamente a 97 e 147 chilometri di distanza in un tempo zero, e questo ci ha dato la prova che è possibile trasferire informazioni istantaneamente, in contraddizione con la teoria della Relatività che vede nella velocità della luce il limite invalicabile per qualsiasi interazione tra gli "oggetti" della nostra dimensione. Ora, se sistemiamo questi dati in una visione olistico-sistemica della realtà, che presuppone la totale interdipendenza di tutti i fenomeni, ci dovrebbe essere consentita una rilettura in chiave scientifica di fenomeni che ancora definiamo "paranormali" solo a causa di una idea di normalità fondata su dati macroscopici e quindi parziali. Oggi infatti, paradossalmente, proprio grazie a quel riduzionismo che sembra ancora voler minacciare il senso stesso della nostra "umanità", siamo pervenuti a una visione energetica dei fondamenti della realtà-tutta che ci consente plausibilmente di mettere in rapporto il livello quantistico con quello mentale, e quindi, di affrontare le problematiche sollevate, ad esempio, dallo sciamanesimo e dalle sincronicità junghiane, o dall'empatia e dalle premonizioni, consentendo di ricollocarle in un quadro di regole universali perché riguardano il livello energetico comune a tutti i fenomeni. Per comprendere la portata delle implicazioni sul piano umanistico di questo nuovo paradigma che sembra delinearsi, è necessario considerare l'immenso valore culturale e sociale che assumerebbe il recupero "ufficiale" delle grandi intuizioni di tutte le civiltà di tutti i tempi che, una volta tolte dal limbo della ciarlataneria in cui sono state relegate dal razionalismo (e dalle religioni) della civiltà occidentale che ancora domina il pianeta, potrebbero contribuire a farci uscire dalla situazione attuale che vede, non solo nella sciagurata gestione della Biosfera, ma soprattutto nella dicotomia esistenziale in cui sono costretti gli esseri umani, il totale fallimento della visione dualistica della realtà. Francesco Pelillo

giovedì 2 febbraio 2012

PERCHÈ L’UMANESIMO SCIENTIFICO

PERCHÈ L’UMANESIMO SCIENTIFICO Se assumiamo che il compito della "filosofia" sia quello di interpretare la condizione umana per la formulazione di proposte atte al superamento delle contraddizioni che la caratterizzano qui e ora, non vedo come si possa procedere senza utilizzare le protesi sensoriali e mentali di cui oggi disponiamo. Dopo quattro secoli di separazione tra sapere umanistico e scien...tifico, dovuta alla necessità del pensiero razionale di liberarsi dalle catene metafisiche che lo imbrigliavano da secoli, oggi siamo in grado di tornare — con un bagaglio di dati immensamente più ampio rispetto alle culture millenarie di Oriente e Occidente — alla riunificazione della ragione con tutte le altre sensibilità dell'uomo, e quindi, di ri-approdare alla vera "conoscenza" non più sulla base di sole intuizioni. Il percorso è tortuoso. Interessi contrapposti si realizzano grazie alla rappresentazione del loro scontro sul palcoscenico sociale, che finisce per alimentare la schizofrenia esistenziale dell'uomo moderno. Accade così, che apparati che ancora fondano il loro potere sulla gestione di miti metafisici arcaici, foraggino accademie di pensatori che danno spiegazioni-delle-spiegazioni del pensiero dei grandi del passato prive di qualsiasi riferimento ai dati del presente; e che altri apparati, che fondano il loro potere sulla produzione e il consumo di beni materiali, foraggino schiere di tecnologi che nei loro laboratori hanno degradato la ricerca scientifica a cieco strumento di manipolazione della natura. Gli effetti di questa dicotomia culturale sono oramai sotto gli occhi di tutti, e il baratro ambientale e umano su cui ci troviamo sta a testimoniare la necessità di delineare un nuovo paradigma fondato sulla consapevolezza della totale interdipendenza tra l'uomo e l'universo e quindi, tra i fatti del cosiddetto spirito e quelli della cosiddetta materia. Ma per questo obiettivo, non si potrà prescindere dall'accordo tra umanisti e scienziati disposti a inquadrare in un rapporto sistemico le eterne domande sul divenire della nostra dimensione per dare vita al nuovo Umanesimo Scientifico del terzo millennio.