giovedì 2 giugno 2011

LETTERA APERTA AD UN BUDDISTA

Gentilissimo Buddista, dopo l'esposizione delle sue tesi sul Buddismo, sento il bisogno di esporle alcune riflessioni a proposito di alcuni assunti della sua dottrina.

1) Se io vedo e non guardo, sento e non ascolto, assaggio e non assaporo — in altre parole non annetto aggettivi ai nomi, e qualità ai fatti —, e se tutti gli uomini avessero fatto sempre così, cosa ne sarebbe stato dell'accumulo culturale che ci ha fatto passare dallo stato di raccoglitori all'uomo tecnologico? So che questo è costato molto, al pianeta e all'umanità, ma senza la stratificazione delle nozioni (anche di quelle errate), l'evoluzione della mente umana si sarebbe cacciata in un vicolo cieco. Saremmo come i gatti, che vedono il mondo e hanno opinioni su di esso solo sulla base della loro esperienza di vita individuale.
Io per parte mia, devo dire che, considerando tutti i dolori e i piaceri della mia vita, mi sono trovato bene facendomi attraversare da tutte le contraddizioni che provengono dall'imperfezione delle opinioni, se non altro anche per tentare di poter individuare quelle esatte. E ho deciso di non tentare di raggiungere la Sapienza o il Nirvana per non perdere l'opportunità che mi è stata data con la vita, di partecipare da attore allo spettacolo delle vicissitudini umane, e da spettatore interessato di quelle cosmiche.

2) Con il raggiungimento del Nirvana dove va a finire la carità? Il pericolo che si corre riuscendo ad astrarsi dai propri dolori, e che perdiamo la possibilità di partecipare a quelli degli altri per empatia. Perché l'empatia, o se si preferisce, i nostri neuroni specchio, sono in grado di farci proiettare sull'altro solo le immagini che possediamo. Vere o false che siano.

3) Quanto all'interdipendenza e al divenire della realtà sono del tutto d'accordo, e vivo da anni secondo queste verità. Ma non per astrarmi dalla concretezza delle singole cose, ma semmai per cercare di coglierne l'esatta natura.

4) Quanto alla soddisfazione con cui tutti gli umanisti — e nel caso del buddismo siamo ai più alti livelli — vedono la conferma dei loro assunti da parte della scienza (magari dopo duemilacinquecento anni), a me sembra che questo denoti una sorta di necessità che rasenta la sudditanza verso il metodo scientifico. Io non penso che le cose stiano esattamente così. La scienza da sempre opera il vaglio delle intuizioni, che siano umanistiche o scientifiche, o che derivino da speculazioni intellettuali come da esperimenti tecnologici. Quindi non vi è nessuna supremazia metodologica nell'esplorazione della realtà, quando si opera nel quadro dell'unificazione delle due culture. Gli scienziati e i filosofi sono pur sempre uomini...

Nessun commento:

Posta un commento