domenica 9 dicembre 2018

L'ORIGINE DELLA VITA E L'EMERGERE DELLA MENTE.

In questo momento storico in cui la Scienza sembra finalmente in grado di autoemendarsi dagli errori indotti dal riduzionismo esasperato che l'ha caratterizzata specialmente nell'ultimo secolo, e in una fase culturale in cui troppi "intellettuali" mettono il cappello della complessità su visoni olistiche new age e spiritualiste che nulla hanno a che fare con il rigore e l'impegno che sono necessari per interpretare le relazioni che intercorrono tra le infinite variabili che determinano i fenomeni che ancora definiamo materiali e spirituali, gli umanisti più avveduti che hanno preso coscienza dei dati scientifici che oggi hanno a disposizione per cercare di dar loro un senso e gli scienziati attenti alle ricadute della ricerca sperimentale e alle sue connessioni con il piano filosofico e umanistico in un'ottica interdisciplinare, stanno tentando di spiegare come un sottile filo rosso leghi le loro rispettive discipline al fenomeno dell'emergenza della mente, e come questo filo possa giustificare le ipotesi che oggi siamo in grado di fare sulle infinite causalità che determinano il portato razionale e emozionale che la caratterizza.

Si tratta di un lavoro di frontiera che vede impegnati i massimi esponenti del pensiero sistemico applicato alle più disparate attività della ricerca umanistica e scientifica, e che vede nel tentativo di individuare nel finalismo locale e temporaneo dei fenomeni presi in esame, la possibilità di identificare le infinite relazioni che li legano in funzione della spiegazione del funzionamento dei contenitori che li determinano e che ne sono determinati.
Non c'è dubbio che, per quello che ne sappiamo, il più complesso di questi contenitori sia il cervello umano. Prova ne sia che da millenni tentiamo di scandagliarlo, sia nella sua fisiologia che nella psicologia che produce, senza riuscire ad approdare a interpretazioni univoche del suo funzionamento; ma oggi, grazie ai dati provenienti dalle neuroscienze e dalle tecniche di brain imaging e alle possibilità di modellizzazione consentite dalle tecniche informatiche, siamo in grado di elaborare teorie supportate da fatti che solo fino a qualche decennio addietro potevamo solo intuire. Se aggiungiamo a tutto questo anche lo sviluppo delle reti informatiche che consentono la connessione dei più avanzati laboratori e gruppi di studio del mondo, è facile comprendere come finalmente sia possibile l'approccio alla complessità sistemica del cervello umano e delle sue relazioni con l'ambiente da cui emerge. Approccio che è il solo che possa darci una visione almeno tendenzialmente coerente sui molteplici rapporti che intercorrono tra le sue caratteristiche fisiologiche e le prestazioni della mente.
Una visione che sembra confermare come l'emergenza della coscienza di sé e di quello che definiamo libero arbitrio, lungi da essere il portato di cause-effetti di tipo meccanicistico unidirezionale, sia dovuta in effetti alla continua ricerca dell'equilibrio tra le necessità attuative del livello biofisico cerebrale e di quelle psichiche che sono in grado di influenzarsi vicendevolmente.

venerdì 29 aprile 2016

ESISTE IL LIBERO ARBITRIO?

Una domanda alla quale da secoli tentano di rispondere umanisti e scienziati dividendosi anche al loro interno tra sostenitori e negazionisti, e che Hume definì «La più controversa questione della metafisica e della scienza»
Eppure, per chi aderisce alla visione olistico-sistemica della realtà, questa sembra una domanda senza senso. Infatti, se consideriamo l'uomo come l'attuale punto di approdo della tendenza all'incremento della complessità che caratterizza il processo evolutivo universale che a partire dall'energia primeva, ha portato gli stati quantistico > atomico > molecolare > chimico > biologico > cerebrale a "produrre" la nostra mente, risulta evidente che solo la soddisfazione di tutte le necessità attuative degli stati che ne consentono l'emergere può metterla in condizione di deliberare per la propria affermazione nel confronto con le necessità attuative dell'ambiente in cui opera.
Quindi, in definitiva si tratta di accettare che la nostra libertà decisionale, come quella di ogni altro essere vivente, è direttamente proporzionale al numero di variabili su cui siamo in grado di agire, e che esse, a loro volta, sono direttamente proporzionali alla complessità della struttura che le esprime — potrà mai un'ameba con i suoi "quattro" neuroni e senza il pollice opponibile avere il grado di libertà decisionale di un essere umano? —.
Ora, dopo millenni di accumulo culturale e tecnologico, per l'Homo sapiens del terzo millennio, le variabili e le possibilità di interpolazione sono diventate talmente numerose che le nostre infinite e inderogabilil volontà costitutive sembrano governabili da un libero arbitrio sempre più potente. Ma, bisogna ammettere che per la realizzazione dell'immagine che abbiamo di noi stessi, siamo costretti ad ingaggiare una battaglia continua su molteplici fronti che però, pur non consentendo di liberarci dai loro condizionamenti, ci mette anche in grado di condizionarli a nostra volta. Da qui, il nostro continuo oscillare tra la sensazione di poter governare la realtà e quella di esserne in balia, quando invece dovremmo accettare che il nostro arbitrio non può essere mai assolutamente libero proprio perché si manifesta in un "sistema" e non in una serie di rapporti tra enti che separatamente non esistono.
Per tutto questo, penso che credere in un totalmente "libero" arbitrio, come credere in un destino predeterminato siano due posizioni che, essendo assolute, si rivelano errate proprio perché non tengono conto della complessità delle relazioni tra soggetto e mondo.
Per chiudere mi piace ricordare l'opinione di Voltaire che nel 1766 nel suo Philosophe ignorant, scrisse: "In realtà sarebbe ben strano che tutta la natura, tutti gli astri obbedissero a leggi eterne, e che vi fosse un piccolo animale alto cinque piedi che, a dispetto di queste leggi, potesse agire come gli piace solo in funzione del suo capriccio."

Francesco Pelillo

ETICA DELLA COMPLESSITÀ

Etica liberista, socialista, pacifista, militarista, cristiana, musulmana… se continuiamo a cercare di definire l'etica partendo solo dalle esigenze dettate dal nostro "umanesimo" per come l'abbiamo inteso fino ad oggi, continueremo ad allestire etiche contingenti che per la loro affermazione si traducono inevitabilmente in sopraffazioni giustificate "eticamente" dagli uni e subite dagli altri. Ma, se abbandoniamo definitivamente la miope pretesa antropocentrica di applicare esclusivamente le nostre categorie al mondo, e proviamo a partire dalle leggi che ne regolano l'evoluzione per procedere verso l'uomo, forse potremo finalmente sperare di uscire dall'impasse millenario in cui ci siamo cacciati.
Oggi, stando ai dati "scientifici" in nostro possesso, possiamo affermare che a partire dal cosiddetto Big Bang e dalla successiva nucleosintesi, il sistema universale è approdato alla formazione dello stato biologico che nell'uomo ha dato vita a quello stato mentale che, data la nostra socialità e le nostre ampie possibilità di libero arbitrio, richiede la definizione di un'etica comportamentale.
In questo percorso evolutivo iniziato circa 14 miliardi di anni fa e governato a tutti livelli da processi di mutazione e selezione che prevedono l'attuazione di infiniti tentativi anche contraddittori perché privi di qualsiasi finalismo, l'unica costante che possiamo rilevare è la tendenza all'aumento della complessità aggregativa delle stesse forme di energia primordiale. Complessità incrementale che sembra essere la sola condizione in grado di fare resistere qualsiasi ente alla forza disgregatrice determinata dalla tendenza alla massima entropia del sistema universale.
Detto questo, per tornare alla identificazione di una etica anch'essa universale, da tutto ciò ne dovrebbe discendere che dovremmo considerare "eticamente" sbagliato tutto ciò che ostacola l'aumento della complessità e ritenere giusto tutto ciò che lo favorisce. Perciò dovremmo ritenere eticamente giusto ostacolare tutto ciò che tende a semplificare in modo lineare i rapporti umani e preferire tutto ciò che li rende complessi in modo sistemico. E così, per esempio, in politica essere contro la dittatura e il centralismo e a favore del massimo pluralismo diverrebbe eticamente necessario così come essere contro tutti gli apparati di potere economico, culturale, religioso, militare… che tendono a perpetuare lo status quo locale impedendo di fatto l'evoluzione collettiva dell'umanità. Eliminare la violenza nei rapporti umani non sarebbe più auspicabile solo nei termini moralistici che, come vediamo dalla storia e dalla cronaca, non hanno sortito alcun effetto, ma diverrebbe necessario perché la violenza tende a semplificare rozzamente i nostri rapporti invece di consentire lo sviluppo della complessità che emerge dal confronto dialettico. Così come dovremmo ritenere immorale l'elevazione di muri che dividono popolazioni perché impediscono lo sviluppo di nuove realtà culturali e ritenere le religioni "rivelate" deleterie perché rendono superflua l'indagine delle ragioni della complessità della nostra realtà.

Francesco Pelillo -

martedì 26 maggio 2015

TEMPO ESSERE E DIVENIRE

"Il tempo? Se non me lo chiedi so cos'è. Ma se me lo chiedi non lo so più", diceva Agostino d'Ippona, il vescovo vissuto tra il IV e il V secolo.
In effetti, quello del tempo è un concetto di cui da sempre si occupa la filosofia senza riuscire a spiegarlo, e ora, dopo la sua relativizzazione rispetto alla posizione dell'osservatore dimostrata da Einstein, alcuni fisici ne negano addirittura l'esistenza a livello quantistico fondamentale (Carlo Rovelli "La realtà non è come ci appare" Raffaello Cortina Editore). Ma questo non significa che il tempo sparisce dalla nostra vita di tutti giorni. Significa solo che esso è frutto di relazioni e che queste relazioni sono rilevabili solo da strutture complesse dotate di "strumenti" cognitivi che siano in grado di acquisire e conservare i dati offerti dall'esperienza vitale.
Infatti, basterebbe non ricordare l'ultimo istante vissuto, così da non poterlo mettere in relazione con l'istante attuale, per perdere completamente il concetto di tempo e farci apparire tutta la realtà continuamente immanente, come in effetti è...
Quindi, la memoria è il "luogo" dove costruiamo il tempo perché non è possibile stabilire relazioni spaziali tra cose o eventi senza associare ad esse un tempo in cui tali relazioni si sviluppano dandoci la certezza del loro divenire.
Usando una metafora si potrebbe considerare una pellicola cinematografica nella sua interezza. Il "racconto" di quella realtà in essa rappresentata può considerarsi immanente ed è per noi inaccessibile anche se la proiettiamo su uno schermo svolgendola in modo continuo senza gli "stop and go" di ogni singolo fotogramma. Solo la relazione che si instaura grazie alla permanenza temporanea nella retina dell'immagine del fotogramma che precede quello attuale ci dà la sensazione che il racconto si svolga in un tempo e in uno spazio.
Come si vede, tutto ciò ha implicazioni filosofiche enormi e che quindi l'eterna diatriba tra l'Essere parmenideo e il Divenire eracliteo non potrà mai essere risolta in termini oggettivi dato che ora possiamo affermare che la nostra dimensione è definita dalle nostre stesse caratteristiche strutturali che fanno apparire il "nostro" spazio-tempo e, al contempo, non possiamo escludere che quello stato dell'ESSERE, immobile e senza spazio-tempo, sia anche il nostro e che il nostro DIVENIRE sia un processo a bilancio energetico "0" di cui nello stato immobile non rimane traccia... Ma qui, come si vede, debordiamo nella metafisica... e ognuno se la spupazza come vuole... Secondo me, per coerenza logica, poiché l'Essere può essere solo immaginato e il Divenire può essere solo vissuto, non ci rimane che pensare e agire aderendo alla convenzione che la nostra dimensione esista, lasciando il resto al dominio delle arti e delle poesia. A quanto pare, da capire e da fare ne abbiamo più che a sufficienza...
Francesco Pelillo -

lunedì 2 marzo 2015

I NEURONI COMUNICANO A DISTANZA MEDIANTE CAMPI ELETTRICI

Ci risiamo… Ecco un'altra scoperta delle neuroscienze che si presta a essere interpretata in modi opposti da spiritualisti e materialisti.
In uno studio pubblicato nella rivista Nature Neuroscience da un gruppo di ricercatori coordinati da Costas Anastassiou del Californian Institute of Technology (Caltech) negli Stati Uniti, è stato osservato che dei campi energetici molto deboli, dell'ordine di un microvolt per millimetro, modificano l'attivazione di singoli neuroni aumentandone il sincronismo.
Sappiamo che i neuroni nel cervello comunicano a livello biochimico mediante collegamenti fisici chiamati sinapsi. Tuttavia, i neuroscienziati hanno trovato solide prove che i neuroni comunicano tra loro anche mediante deboli campi elettrici.
Non si sapeva nulla riguardo a questi deboli campi poiché essi sono troppo deboli per poter essere misurati a livello dei singoli neuroni. Perciò i ricercatori hanno deciso di determinare se questi deboli campi hanno qualche effetto sui neuroni.
Non è stato un compito facile. Degli elettrodi estremamente piccoli sono stati usati a brevissima distanza in un gruppo di neuroni di ratto riuscendo così a misurare dei campi debolissimi che, modificando in modo netto l'attivazione dei singoli neuroni, aumentano la cosiddetta "spike-field coherence", il sincronismo con cui i neuroni si attivano in relazione al campo.
"Io credo fermamente che la comprensione dell'origine e della funzionalità dei campi cerebrali endogeni porterà a molte rivelazioni riguardanti l'elaborazione delle informazioni a livello dei circuiti, che, secondo me, rappresenta il livello in cui hanno origine percezioni e concetti," ha detto il dott. Anastassiou. E su questo possiamo dirci sostanzialmente d'accordo. Ma l'articolo si chiude con: "Questo, a sua volta, ci porterà a indagare come la biofisica crea la cognizione in modo meccanicistico, e questo, io ritengo, rappresenta il sacro Graal della neuroscienza."
Su questo non sono assolutamente d'accordo. Pur ammettendo che questa sia una scoperta che ci potrebbe aiutare a capire come la biofisica crea la cognizione, a me sembra dimostrare esattamente il contrario, perché questi campi energetici tolgono alla sequenza delle azioni sinaptiche proprio il meccanicismo che deriva dalla consequenzialità rilevata in sede locale e introducono un parallelismo attuativo e interpretativo delle connessioni che, rispondendo a fattori energetici, i cui effetti sono ancora da esplorare, lasciano aperta la domanda sulla natura di quella che chiamiamo "spiritualità" con le sue intuizioni, emozioni, astrazioni, trascendenza... che nulla hanno a che fare con il meccanicismo riduzionista, e magari emergono proprio grazie a questi campi.
Francesco Pelillo

martedì 30 settembre 2014

APPROCCIO SISTEMICO. PERCHÉ?

Con queste poche righe cerco di chiarire le ragioni del mio entusiasmo nell'aderire all'approccio sistemico.
Da decenni sostengo la necessità di promuovere la visione unitaria della realtà, e cerco in ambito filosofico e scientifico tutte le proposizioni e le prove sperimentali che possano avvalorarla. In questo percorso ho abbracciato incondizionatamente il Divenire eracliteo, l'Evoluzione darwiniana e la Relatività ensteniana estendendo però la loro valenza in tutti gli stati in cui si presenta la realtà. Così, ad esempio, penso che MUTAZIONE e SELEZIONE governino anche l'evoluzione dei processi fisici, dalla scala quantistica a quella astrale, e penso che la RELATIVITÀ delle "posizioni" psichiche individuali spieghi le diverse declinazioni delle azioni umane. Quanto alle infinite variabili che influenzano e determinano il DIVENIRE di tutti i processi attuativi, penso che emergano dalla necessità della Ricerca Dell'Equilibrio (RDE) interno di ogni stato che, per difendere i "confini" della propria località, deve estromettere i fattori di squilibrio che poi andranno a formare gli stati successivi, e contemporaneamente deve gestire al suo interno i fattori di squilibrio che, per la stessa ragione, sono stati espulsi dai processi di formazione degli stati che lo precdono. Così finendo per determinare ed essere determinato da quello che chiamiamo ambiente.
Poiché, in questa mia visione frattale di interdipendenza totale tra tutti i processi attuativi locali e tra di essi e quelli ambientali — che ci appaiono con caratteristiche che sono definite solo dalle peculiarità dei nostri "strumenti" di osservazione — è impossibile effettuare qualsiasi indagine utile alla conoscenza globale con un approccio lineare, viene da sé che io abbia individuato nell'approccio sistemico l'unico modo di procedere per una rappresentazione quanto più possibile attinente alla realtà.
La marcia in più che ho trovato nell'approccio sistemico, è che esso consente di abbandonare la ricerca di un impossibile "approdo" alla sintesi — che è poi quella che con i suoi mille approdi, ci ha condotto al meccanicismo e ai disastri che ne sono conseguiti — per sostituirla con il continuo "perseguimento" di essa. Cosa che, quando riesce, lascia alle nostre spalle un continuo flusso di risultati che rappresentano la realtà in modo dinamico, e quindi più preciso, perché in sintonia con il suo divenire. Insomma, l'approccio sistemico riassume in pieno e conferma tutte le mie convinzioni sul divenire della realtà e sulla necessità di inseguire i suoi processi di formazione per poterla conoscere. Poi, in più, ritengo che tutto questo abbia implicazioni filosofiche enormi, perché smonta tutte le accuse mosse al metodo scientifico da parte degli umanisti più retrivi (che purtroppo dominano ancora la scena culturale italiana) e consente a quelli più aggiornati di "sistemare" il vecchio mondo delle idee nel nuovo quadro scientifico che si sta sempre più delineando. Cosa che dovrebbe consentirci di realizzare il sogno della fondazione di un nuovo Umanesimo Scientifico per il terzo millennio...

Francesco Pelillo

martedì 22 aprile 2014

TRANSUMANESIMO COME SOLUZIONE



Negli ultimi tempi, innumerevoli articoli e studi ci avvisano delle peculiarità e dei rischi legati alle tecnologie informatiche, ai big data e alle reti neurali. Si avvicina il momento della singularity in cui avverrà il sorpasso delle capacità della mente umana da parte delle cosiddette intelligenze artificiali. Questo, oltre agli addetti ai lavori, come filosofi, sociologi e scienziati, coinvolge emotivamente molte persone semplicemente informate che vedono minacciata l'immagine stessa che abbiamo dell'uomo.
Anche io sono tra questi, e partendo dalla mia visione olistico-sistemica della Realtà che vede nell'interdipendenza di tutti i fenomeni la possibilità di pervenire a una qualche soluzione condivisibile, mi sono posto molte domande alle quali voglio tentare di dare risposta.

Ammesso che succeda tutto quello che si paventa e la singularity si realizzi, chi ne sarà stato l'artefice?
Io credo che la risposta a questa domanda dovrebbe di per sé aiutarci ad affrontare anche tutti i nostri dubbi sul futuro che andiamo preparando: L'artefice è l'uomo, e l'uomo è un prodotto di questa realtà. Potrà mai fare qualcosa che questa realtà non possa contemplare e gestire?

A mio avviso quello che rende angosciante questo scenario è solo la nostra ingenua e al tempo stesso arrogante posizione antropocentrica in senso individualista che presuppone l'esistenza del nostro libero arbitrio, e che si sta rivelando sempre più inconsistente.
Se si pensasse che noi stiamo semplicemente evolvendo in complessità e che l'uomo sia solo una cellula di un organismo di cui non conosce gli scopi, risulterebbe evidente che non abbiamo una base che ci consenta di giudicare positivamente o negativamente i potenziali risultati delle nostre azioni collettive. E questo dovrebbe farci porre alcune domande onestamente ineludibili:

A fronte di una storia che da migliaia anni continua ad offrirci massacri, ingiustizie e sperequazioni fondate sul dominio dell'uomo sull'uomo, un qualsiasi "macchinismo" che ci governasse, potrà mai fare peggio di noi?

A fronte del fallimento "operativo" di tutti messaggi di giustizia e di pace di uomini che regolarmente abbiamo assassinato, non sarà meglio affidare il compito della gestione dell'etica universale a algoritmi matematici non manipolabili per fini di parte?

Abbiamo inventato Dio per sanare le nostre nequizie nell'aldilà. Nella vana attesa che questo si avveri in un luogo ipotetico, non sarebbe meglio cominciare ad allestire apparati che se ne occupino nell'aldiqua?

Capisco tutte le paure e i dubbi che suscitano le risposte a queste domande, ma questo mi ricorda le resistenze degli aristocratici all'avvento dell'illuminismo…
Oggi. è solo questa nostra "aristocrazia" planetaria del miliardo d'oro che può avere paura dell'avvento di sistemi esclusivamente "logici" nella gestione equa e consapevole delle risorse del pianeta. Ma, almeno la metà dei suoi abitanti e i milioni di morti di fame e di malattie che accompagnano il nostro benessere, cosa avrebbero da perdere dalla scomparsa delle nostre millenarie quanto praticamente inutili elucubrazioni "umanistiche"?

Dall'inzio della Storia, eticamente e moralmente non abbiamo fatto un solo passo in avanti. Solo la scienza e la tecnica hanno caratterizzato la nostra evoluzione, quindi, solo loro ci possono dare la speranza di superare questi nostri miserandi confini esistenziali.
Si tratta di un cambiamento di paradigma epocale. Forse, "l'uomo non più al centro dell'universo" è stato solo la metafora di quello che si va prospettando come "l'uomo non più al centro dell'Umanità".
Per questo l'avvento del nuovo transumanesimo è il solo passo conseguente e necessario in cui io ripongo le mie speranze.

Francesco Pelillo